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Uganda:
l’allievo modello della Banca Mondiale?
Le nuove contraddizioni della cooperazione allo sviluppo
in corso di pubblicazione su
Dis/Uguaglianze, Trimestrale per l'analisi dei
processi di sviluppo e sottosviluppo
Fabio
Sabatini
Università di Roma "La Sapienza", Dipartimento di Economia
pubblica
Introduzione
Nell’ultimo Rapporto
sullo Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, si afferma che
gli Obiettivi di
Sviluppo del Millennio potranno essere raggiunti solo
se acquisteranno significato per i miliardi di individui per
i quali sono stati concepiti. La gestione diretta degli aiuti
internazionali da parte dei governi e delle comunità
dei paesi interessati viene considerata un elemento fondamentale
delle strategie per la lotta contro la povertà e le
disuguaglianze. Nel 1999, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario
Internazionale (FMI) hanno dato attuazione concreta a questo
approccio introducendo nuovi meccanismi di aiuto allo sviluppo,
basati sull’elaborazione di piani nazionali per la riduzione
della povertà (Poverty
Reduction Strategy Papers, PRSP). Sulla carta, i PRSP
attribuiscono la responsabilità delle strategie alle
autorità nazionali e alla società civile. Tuttavia
i contenuti dei programmi sono cambiati solo marginalmente,
e il loro impatto sulla qualità della vita è
molto limitato. Le ragioni di questo fallimento risiedono
in parte nella struttura sociale e istituzionale dei paesi
interessati. Nelle aree più povere del pianeta, la
società civile deve confrontarsi con governi spesso
autoritari e repressivi, poco propensi al dialogo democratico
con le organizzazioni volontarie che tutelano gli interessi
delle categorie sociali più povere. Spesso non è
consentita la costituzione di partiti politici alternativi
a quello del capo del governo, e la debolezza dei meccanismi
di rappresentanza democratica condiziona l’efficacia
dei processi partecipativi. Ciò nonostante, lo scarso
successo dei programmi di riduzione della povertà sembra
soprattutto una diretta conseguenza delle profonde contraddizioni
che caratterizzano le politiche perseguite dalle istituzioni
finanziarie internazionali.
Fino a poco tempo fa, l’Uganda costituiva una delle
rare eccezioni di un panorama tutt’altro che confortante.
Grazie all’elaborazione di un programma convincente
per la riduzione della povertà e alla progressiva liberalizzazione
dei mercati, questo paese si è imposto all’attenzione
dei donatori internazionali come un “allievo modello”
della Banca Mondiale. Negli ultimi due anni tuttavia qualcosa
non ha funzionato. L’attuazione di un ambizioso piano
di decentramento amministrativo ha messo in evidenza la fragilità
istituzionale e sociale dell’Uganda, che sta rapidamente
perdendo la fiducia dei donatori e delle istituzioni finanziarie
internazionali. L’esperienza ugandese fornisce tuttavia
alcune indicazioni incoraggianti, che possono essere utilizzate
per una prima revisione dell’architettura dei PRSP.
La prima parte di questo articolo effettua una descrizione
sintetica delle strategie per la riduzione della povertà
elaborate dalla Banca Mondiale e dal FMI, mettendo in evidenza
i problemi che ne hanno limitato l’efficacia. La seconda
parte approfondisce il caso specifico dell’Uganda, attraverso
un’analisi del contesto sociale e istituzionale del
paese e dei piani nazionali di lotta alla povertà.
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Le strategie
per la riduzione della povertà nella teoria e nella
pratica
Nelle intenzioni delle istituzioni finanziarie internazionali
(IFI), l’introduzione dei PRSP costituisce un tentativo
di attribuire la “proprietà” delle strategie
per la riduzione della povertà ai governi e alle comunità
dei paesi interessati. In teoria, le autorità interne
divengono responsabili della formulazione e gestione dei piani
nazionali, e guadagnano la possibilità di indirizzare
attivamente l’uso degli aiuti tecnici e finanziari,
anziché giocare un ruolo passivo e lasciare che siano
i donatori e i creditori esterni a detenere le leve del comando.
La società civile d’altro canto ha l’opportunità
di partecipare alla definizione degli obiettivi e ai meccanismi
di controllo dei risultati. Tecnicamente i PRSP hanno origine
dall’iniziativa HIPC (Heavily
Indebted Poor Countries) introdotta dalla Banca Mondiale
e dal FMI nel 1996 per la riduzione del debito dei paesi più
poveri e altamente indebitati . Dal 1999, l’adozione
dei PRSP come strategia nazionale di lotta alla povertà
è un requisito fondamentale per avere accesso ai fondi
dell’iniziativa HIPC. La lettura dei documenti interni
redatti congiuntamente dagli staff della Banca Mondiale e
del FMI nell’ambito del processo di allestimento delle
nuove strategie rivela l’influenza dell’approccio
dell’UNDP (United Nations
Development Programme) alla riduzione della povertà,
ma anche significative contrapposizioni tra le due istituzioni.
I documenti riconoscono la specificità delle cause
e dei sintomi della povertà, che non può essere
definita soltanto in termini di reddito pro capite, e richiedono
quindi una marcata differenziazione delle politiche su base
nazionale. Per dare una risposta ai bisogni più urgenti
della popolazione, si raccomanda la partecipazione attiva
alla definizione delle strategie da parte di tutti i soggetti
interessati. Un ruolo fondamentale viene attribuito alle istituzioni
dotate di rappresentatività democratica, come i parlamenti,
e alle organizzazioni volontarie espressione della società
civile. Tuttavia, l’obiettivo principale dei programmi
rimane una rapida crescita economica, da ottenersi mediante
la massiccia liberalizzazione di tutti i mercati. Questa raccomandazione
è dettata soprattutto dalla linea politica del Fondo
Monetario, come testimoniano i documenti interni redatti dallo
staff dell’organizzazione, e riceve un’accoglienza
più tiepida presso i ricercatori della Banca Mondiale.
Già nelle prime fasi dell’elaborazione del nuovo
approccio alla riduzione della povertà, sembra pertanto
evidente il rischio di una reiterata omogeneizzazione delle
strategie nazionali, in aperto contrasto con lo spirito che
aveva portato all’istituzione dei PRSP. L’accento
sull’obiettivo della crescita è destinato a condizionare
l’orientamento delle politiche macroeconomiche e strutturali,
mentre non vengono eliminati i fattori che in passato avevano
limitato l’autonomia delle istituzioni locali e l’attenzione
ai bisogni delle categorie sociali più deboli, generalmente
danneggiate da processi di liberalizzazione troppo rapidi
e indiscriminati.
|
Il legame tra i PRSP e l’iniziativa
HIPC |
| I
PRSP prendono il posto del vecchio Documento di politica
strutturale tripartito (Policy Framework Paper, PFP),
stipulato tra il paese interessato, la Banca Mondiale
e il Fondo Monetario Internazionale. La formulazione del
PRSP è un requisito necessario per accedere ai
fondi della iniziativa HIPC. Tuttavia, la sua elaborazione
può richiedere molto tempo (generalmente due o
tre anni), soprattutto a causa dei problemi di organizzazione
e coordinamento dei soggetti nazionali interessati. Per
evitare che si crei una tensione tra la proprietà
dei programmi e la possibilità di fruire dei fondi
HIPC, le IFI hanno diviso in due parti il processo di
cooperazione. Per ottenere l’accesso all’iniziativa
HIPC, è sufficiente la formulazione di un piano
provvisorio, chiamato Interim-PRSP, da parte del governo,
con l’impegno a consultare successivamente gli altri
soggetti nazionali interessati. Gli Interim-PRSP generalmente
ricalcano i vecchi documenti strutturali, a loro volta
dettati dalle raccomandazioni standardizzate delle IFI,
e si limitano a enunciare le intenzioni programmatiche
dei governi. Con l’approvazione dell’Interim-PRSP
da parte della Banca Mondiale e del FMI, il paese raggiunge
l’HIPC Decision Point, che garantisce l’accesso
ai fondi donati dal FMI per pagare una parte del servizio
del debito estero. Nella seconda fase, il paese beneficiario
inizia la formulazione del Full-PRSP, che prevede, almeno
sulla carta, un’ampia consultazione della società
civile. Componenti fondamentali del documento finale sono
la definizione dello scenario macroeconomico dei successivi
tre anni, le spese previste dal bilancio pubblico per
l’attuazione dei programmi contro la povertà,
e l’integrazione delle strategie all’interno
del quadro istituzionale esistente. Dopo un anno di positiva
attuazione del Full-PRSP, il paese raggiunge l’HIPC
Completion Point. Il debito estero comincia a essere cancellato
nei modi negoziati dal governo con la Banca Mondiale e
il FMI. Finora, dei 77 paesi che hanno adottato i PRSP
come principale strumento per le politiche nazionali di
riduzione della povertà, 33 hanno completato il
Full-PRSP, mentre gli altri 44 hanno presentato o si accingono
a presentare i documenti provvisori. |
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PRSP: che cosa
non ha funzionato
Attraverso i PRSP, alcune istanze emerse nell’ambito
della ricerca teorica sono state integrate nella pratica della
lotta alla povertà. Gli operatori delle IFI e la classe
dirigente dei paesi poveri hanno riconosciuto il carattere
multidimensionale della povertà, spostando in parte
la loro attenzione dalla crescita economica, misurata in termini
di reddito pro capite, agli aspetti qualitativi dello sviluppo.
Spesso l’avvio dei PRSP ha determinato l’introduzione
di nuovi strumenti di analisi, come le indagini sul benessere
delle famiglie, che consentono una maggiore comprensione delle
esigenze degli strati più deboli della popolazione.
In molti paesi si è verificato anche un significativo
rafforzamento della società civile, favorito dall’intervento
dei network internazionali di organizzazioni non governative
coinvolti nella cooperazione allo sviluppo.
Tuttavia, l’impatto complessivo delle nuove strategie
per la riduzione della povertà è stato finora
molto modesto. I fattori che hanno compromesso l’efficacia
dei PRSP dipendono sia dalla struttura sociale e istituzionale
dei paesi interessati (“fattori interni”), sia
dalle contraddizioni insite nelle politiche perseguite dalle
IFI (“fattori esterni”).
I fattori interni possono essere riassunti come segue:
Nei paesi in via di sviluppo, per i poveri – i
veri destinatari dei PRSP – è quasi impossibile
accedere alle istituzioni che partecipano alla definizione
delle strategie nazionali. L’unica opportunità
di partecipazione è fornita dall’adesione alle
organizzazioni volontarie espressione della società
civile.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi, la società
civile è poco sviluppata, e non ha la forza necessaria
per influenzare il confronto tra i governi, le IFI e la comunità
dei donatori internazionali. Anche quando le organizzazioni
volontarie riescono a costituirsi come interlocutore credibile
e rappresentativo dei bisogni della popolazione, il loro ruolo
viene sistematicamente trascurato. I governi tendono a privilegiare
le organizzazioni della capitale e quelle non ostili alla
politica dell’esecutivo, mentre vengono emarginati i
gruppi che assumono un atteggiamento critico o rappresentano
gli interessi delle aree rurali, di solito più colpite
dalla povertà. In ogni caso, la partecipazione delle
organizzazioni non governative ha una funzione meramente consultiva,
e raramente produce un’influenza concreta sul processo
di formulazione dei PRSP.
Anche il ruolo delle istituzioni politiche dotate di
rappresentatività democratica, come i parlamenti e
le assemblee degli enti locali, non è particolarmente
significativo. I governi sono i veri protagonisti della formulazione
dei piani provvisori (Interim-PRSP). Generalmente, i processi
partecipativi che portano alla presentazione dei programmi
definitivi (Full-PRSP) comportano soltanto delle modifiche
marginali e limitate.
Al di là della scarsa efficienza dei processi
partecipativi, altre carenze strutturali influenzano l’elaborazione
delle strategie di riduzione della povertà. I governi
spesso non hanno le competenze necessarie per condurre efficacemente
i negoziati con le IFI e i donatori, né per gestire
gli aiuti internazionali nel quadro di una adeguata politica
di bilancio. L’utilizzo dei fondi è legato prevalentemente
alla realizzazione di singoli progetti, e solo raramente si
concretizza nel finanziamento della spesa pubblica per il
sostegno dei processi di sviluppo. Nonostante le raccomandazioni
provenienti dai principali donatori internazionali, sono pochi
i paesi che hanno realizzato con successo gli “approcci
di settore” alla riduzione della povertà (Sector
Wide Approaches, SWAps).
|
Gli Approcci di settore |
Il
termine “approcci di settore” (Sector Wide
Approaches, SWAps), si riferisce generalmente a particolari
meccanismi di gestione degli aiuti internazionali. Attraverso
gli SWAps, i fondi provenienti dall’iniziativa HIPC
vengono utilizzati nell’ambito della politica di
bilancio, per finanziare la spesa pubblica destinata a
settori chiave per lo sviluppo economico e il benessere
sociale. Questo approccio permette di ampliare l’orizzonte
temporale delle politiche di sviluppo e delle strategie
per la riduzione della povertà, e rende più
facile l’avvio di programmi di riforma strutturali.
L’elaborazione degli SWAps prevede un’ampia
partecipazione della società civile, sia nella
fase di definizione delle priorità di spesa, sia
nel controllo della corretta attuazione dei programmi.
Inoltre, l’integrazione dei fondi nel budget dell’esecutivo
garantisce maggiore trasparenza e comporta una concreta
assunzione di responsabilità da parte dei governi.
In generale, gli SWAps consentono un elevato grado di
proprietà dei programmi da parte del paese interessato,
come mostrano la positive esperienze attuate dall’Uganda
e dall’Etiopia, e tendono ad allontanare i donatori
che perseguono interessi commerciali specifici, generalmente
attratti dalla realizzazione di progetti di breve periodo.
Tuttavia l’attuazione di questi meccanismi richiede
uno sforzo organizzativo che non tutti i paesi in via
di sviluppo sono in grado di sostenere. In particolare,
l’inserimento degli aiuti nel quadro del bilancio
pubblico implica la redazione di documenti di programmazione
economica, come la legge finanziaria, che costituiscono
spesso una novità assoluta nella pratica politica
dei paesi più poveri . |
I fattori esterni che hanno limitato l’efficacia
dei PRSP sono legati essenzialmente al ruolo dominante delle
IFI nella definizione delle strategie. Il cordone ombelicale
con l’iniziativa HIPC ha spesso trasformato i piani
nazionali per la lotta contro la povertà in un mero
strumento per la riduzione del debito estero. Per accedere
rapidamente ai fondi HIPC, i governi hanno formulato gli Interim-PRSP
in modo frettoloso, elaborando strategie il più possibile
coerenti con la politica del Fondo Monetario, basata su un
mix di liberalizzazione e privatizzazione dei servizi come
presupposto di una veloce crescita economica . L’influenza
delle IFI ha limitato la libertà di manovra dei singoli
paesi, ridimensionando ulteriormente il ruolo dei processi
partecipativi nella definizione dei programmi. Per queste
ragioni, i PRSP formulati negli ultimi cinque anni sono tutti
molto simili tra loro, e la diversificazione nazionale auspicata
dall’UNDP sembra ancora molto lontana dal realizzarsi.
Le riforme per la liberalizzazione dei mercati hanno avuto
un impatto molto serio in termini di riduzione del benessere
degli strati più poveri della popolazione. Come mostra
uno studio condotto dal SAPRIN (Structural
Adjustment Participatory Review Initiatives Network),
un consorzio di organizzazioni non governative che analizza
l’effetto delle strategie per la riduzione della povertà,
la privatizzazione dei servizi pubblici è stata troppo
rapida e radicale, e ha privato ampi strati della popolazione
di qualsiasi forma di protezione sociale. Nella maggior parte
dei casi, la liberalizzazione del commercio è stata
effettuata in modo “istantaneo”, mediante l’abbattimento
delle barriere doganali, senza tenere conto della fragilità
strutturale delle industrie locali. I settori meno competitivi
sono rapidamente entrati in crisi, provocando vertiginosi
aumenti dei livelli di disoccupazione, soprattutto nelle aree
rurali. La liberalizzazione finanziaria ha spostato l’attenzione
degli istituti di credito sugli investimenti a breve termine
e sulle attività speculative, danneggiando le attività
meno redditizie, in particolare quelle agricole, e non orientate
alle esportazioni.
In generale, la liberalizzazione non è stata effettuata
nel quadro di una strategia di sviluppo di lungo periodo,
e non è stata accompagnata dalla costruzione dell’assetto
istituzionale necessario per garantire un corretto funzionamento
dei mercati. La rapidità di questo processo è
stata imposta dall’esigenza di rispettare i programmi
di aggiustamento strutturale previsti dal FMI che, più
o meno direttamente, condizionano la possibilità di
accedere al programma di riduzione del debito.
|
L'Iniziativa SAPRI |
Negli
ultimi anni si stanno moltiplicando le organizzazioni
non governative che svolgono attività di monitoraggio,
ricerca e informazione sugli effetti delle politiche di
aggiustamento perseguite dalle IFI. Nel 1996, un network
internazionale di ONG, in accordo con la Banca Mondiale
e i governi di alcuni paesi in via di sviluppo, ha dato
avvio all’iniziativa SAPRI (Structural Adjustment
Participatory Review Initiatives), che ha lo scopo di
analizzare sistematicamente gli effetti dei programmi
di aggiustamento strutturale necessari per accedere all’iniziativa
per la riduzione del debito.
Attualmente, il SAPRI network valuta l’impatto degli
interventi richiesti dalle IFI su determinate categorie
sociali, e su alcuni settori chiave per il benessere e
lo sviluppo, in 8 paesi (Bangladesh, Ecuador, El Salvador,
Ghana, Mali, Uganda, Ungheria e Zimbabwe). Lo studio coinvolge
anche Messico e Filippine, i cui governi tuttavia hanno
rifiutato di cooperare con l’iniziativa. Le analisi
settoriali riguardano la liberalizzazione del commercio
e dei mercati finanziari, le riforme del mercato del lavoro,
le riforme dei settori agricolo e minerario, i programmi
di privatizzazione e le riforme riguardanti il settore
pubblico e i meccanismi pubblici di protezione sociale.
In Argentina e in America Centrale, il SAPRI network coopera
con le associazioni della società civile locale
per promuovere una maggiore consapevolezza delle conseguenze
delle politiche di aggiustamento richieste dal FMI e per
favorire l’affermazione di politiche di sviluppo
alternative. |
Sempre più spesso, il disegno di queste
riforme strutturali è incluso nella progettazione dei
PRSP. In conclusione si può affermare che, anziché
accrescere la proprietà dei programmi da parte delle
popolazioni interessate, i PRSP stanno rafforzando il controllo
esercitato dalle IFI sui processi di sviluppo dei paesi più
poveri. Lo sviluppo viene guidato nella direzione di una più
elevata liberalizzazione di tutti i mercati e del ridimensionamento
della presenza del settore pubblico nell’economia. Nei
paesi poveri si stanno consolidando modelli in cui la tutela
dei diritti dei lavoratori è molto blanda, la copertura
sanitaria è scarsa e limitata, i sistemi pensionistici
sono poco generosi o inesistenti e la fornitura dei servizi
pubblici è ampiamente privatizzata. La sfera delle
responsabilità dello Stato tende a ridursi, mentre
le imprese nazionali ed estere guadagnano un potere contrattuale
spesso sproporzionato. Questo modo di organizzare le relazioni
sociali è molto simile a quello esistente nelle economie
anglosassoni e fortemente coerente con gli interessi economici
del mondo occidentale. Infatti, grazie alla liberalizzazione
e alla deregolamentazione, rende i mercati dei paesi poveri
facilmente penetrabili, sia dal punto di vista commerciale
sia ai fini del trasferimento di fasi del processo produttivo.
Al tempo stesso limita la possibilità che, nell’ambito
dei processi di sviluppo, sorgano in modo spontaneo dei modelli
alternativi e rivali (basati per esempio su un rafforzamento
dei sistemi di welfare).
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Il caso dell’Uganda
Nell’aprile del 1998, l’Uganda è stato
il primo paese a beneficiare dell’iniziativa
HIPC per la riduzione del debito estero . Appena due anni
dopo, nel maggio del 2000, il piano ugandese per la riduzione
della povertà (Poverty
Eradication Action Plan, PEAP) è stato il primo
Full-PRSP
approvato dalla commissione unitaria della Banca Mondiale
e del FMI . Da quel momento è iniziata la cancellazione
del debito, finanziata per metà dalla stessa Banca
Mondiale. Questi traguardi sono il frutto di un grande impegno
profuso dal governo e dalla società civile nella progettazione
delle strategie nazionali per la lotta contro la povertà.
I processi partecipativi che hanno portato alla formulazione
del PRSP hanno coinvolto un vasto numero di organizzazioni
volontarie rappresentative degli interessi delle comunità
urbane e rurali. Il governo ha garantito un elevato grado
di stabilità macroeconomica, riuscendo anche ad avviare
importanti programmi di riforme strutturali. Gli aiuti internazionali
e le risorse liberate grazie all’iniziativa HIPC sono
stati raccolti in un fondo per la riduzione della povertà
(Poverty Action Fund, PAF), utilizzato per finanziare la spesa
pubblica destinata ad alcuni settori chiave per lo sviluppo
economico e per il benessere sociale; questo meccanismo rappresenta
uno dei rari esempi di efficace applicazione degli approcci
di settore. La somma di tanti record ha rapidamente procurato
all’Uganda l’etichetta di “allievo modello”
della Banca Mondiale. Tuttavia, l’avvio di un ambizioso
programma di decentramento amministrativo, previsto dalla
Costituzione del 1995, sta evidenziando negli ultimi anni
la fragilità del tessuto sociale e istituzionale del
paese, devastato da una guerra civile che dura ormai da venti
anni. Il decentramento fiscale, la mancanza di competenze
tecniche e la scarsa efficienza delle amministrazioni locali
stanno rapidamente compromettendo il funzionamento degli approcci
di settore. Allo stesso tempo, le riforme strutturali avviate
negli anni novanta hanno cominciato a sortire i loro effetti
sulle condizioni di vita della popolazione, che sono peggiorate
sensibilmente. L’indiscriminata liberalizzazione dei
mercati ha provocato una profonda crisi del settore agricolo,
determinando un forte aumento del tasso di disoccupazione
e aggravando lo stato di povertà delle comunità
rurali. La maggioranza della popolazione ugandese vive oggi
in condizione di assoluta precarietà, ed è priva
di qualsiasi forma di assicurazione sociale.
|
Uganda: il quadro politico |
Ex
possedimento britannico, l’Uganda è diventata
indipendente nell’ambito del Commonwealth il 9 ottobre
del 1962, mentre la repubblica è stata proclamata
l’anno successivo. Il 15 aprile del 1966 il primo
ministro Milton Obote ha assunto al presidenza, prima
riservata al re del Buganda, e nel 1967 ha adottato una
costituzione unitaria. Dal 1971 al 1979 il paese è
stato governato dal dittatore Idi Amin Dada, costretto
poi alla fuga e morto in esilio nel 2003 in Arabia Saudita.
L’attuale assetto del paese è il risultato
della vittoria del Movimento di resistenza nazionale di
Yoweri Museveni, che ha combattuto prima contro Obote,
tornato al potere nel 1980, e poi contro una giunta militare
che ha assunto il controllo del paese nel 1985.
Il presidente Museveni festeggia in questo periodo il
diciottesimo compleanno del suo governo. Il premier definisce
il suo esecutivo “una forma alternativa di democrazia”,
nella quale fino al 2000 non potevano esistere altri partiti
politici oltre al NRM, braccio politico della Armata di
resistenza nazionale (National Resistance Army, NRA) con
la quale Museveni si è impadronito del potere nel
1988. Il referendum del 29 giugno 2000 ha bocciato, con
il 91,5 per cento dei consensi, l’introduzione del
multipartitismo. Di fatto esistono più partiti,
ma l’unico legittimato a partecipare alle elezioni
è quello di Museveni.
Nonostante la longevità del suo governo e i successi
millantati, Museveni continua a dover affrontare i problemi
di una guerra civile logorante che dura da quasi venti
anni. Dalla fine degli anni ottanta, la parte settentrionale
del paese è teatro di violenti conflitti armati
tra forze governative e tre diversi gruppi di ribelli
alleati fra loro: l'Esercito di Resistenza del Signore
(Lord's Resistance Army, LRA), che vuole instaurare un
regime basato sui dieci comandamenti cristiani, il Fronte
della Sponda Occidentale del Nilo (West Nile Bank Front,
WNBF) e le Forze Democratiche Alleate (Allied Democratic
Forces ADF). Tutti e tre i movimenti sono appoggiati dal
governo del Sudan in una sorta di guerra interstatuale
per procura. I gruppi ribelli, soprattutto l'LRA, fanno
combattere bambini rapiti nei villaggi: un esercito che
conta almeno diecimila piccoli soldati. La pratica della
mutilazione dei nemici è usata da tutti e tre i
movimenti.
Dall'inizio del conflitto si contano diecimila morti e
quattrocentomila profughi.
L'LRA è la forza ribelle che fin dal 1987 terrorizza
le province del nord dell'Uganda, abitate dagli Acholi,
ai confini con il Sudan. È proprio in Sudan che
gli Olum ("erba" così vengono chiamati
in lingua Acholi) hanno le loro basi, da cui partono molti
dei loro attacchi. |
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Le strategie
per la riduzione della povertà in Uganda
Nel 1997, l’Uganda ha formulato un piano nazionale per
la riduzione della povertà (Poverty Eradication Action
Plan, PEAP) che istituisce le linee guida di tutte le politiche
di sviluppo e di cooperazione internazionale del paese . I
quattro obiettivi fondamentali del PEAP sono:
Il conseguimento di una crescita economica rapida e
sostenibile, e l’avvio di un vasto programma di riforme
basato sui piani di aggiustamento strutturale promossi dalle
IFI.
L’elaborazione di nuove ed efficaci forme di controllo
sulla corretta attuazione dei programmi e la promozione del
coinvolgimento della società civile nei meccanismi
di governance.
Il rafforzamento della capacità dei poveri di
migliorare le proprie condizioni di vita.
Il miglioramento della qualità della vita degli
strati più deboli della popolazione.
Il PEAP ha rapidamente preparato la strada per l’adesione
dell’Uganda all’iniziativa HIPC, e i suoi contenuti
sono stati impiegati per la formulazione del PRSP, approvato
nella sua versione definitiva nel 2000. La credibilità
della strategia nazionale per la riduzione della povertà
e la capacità del governo di garantire una relativa
stabilità macroeconomica hanno conferito ai donatori
internazionali la fiducia necessaria per impiegare gli aiuti
allo sviluppo negli approcci di settore, anziché per
il finanziamento di progetti limitati. Finora sono stati elaborati
quattro approcci di settore specifici, riguardanti lo sviluppo
del sistema educativo nazionale (Education Sector Investment
Plan, ESIP), la modernizzazione dell’agricoltura (Programme
for Modernisation of Agriculture, PMA), il miglioramento del
sistema sanitario nazionale (Health Sector Support Programme,
HSSP) e il miglioramento del sistema stradale del paese (Road
Sector Programme, RSP). I piani hanno un orizzonte temporale
di medio periodo, e il loro finanziamento è garantito
da un documento di programmazione che pianifica la copertura
delle spese per i dieci anni successivi.
Attraverso questi meccanismi, i donatori internazionali fanno
confluire gli aiuti allo sviluppo nella spesa pubblica, nel
rispetto delle priorità di volta in volta negoziate
con il ministero competente. In particolare, i fondi vengono
raccolti, insieme alle risorse liberate dal progressivo annullamento
del debito estero, nel Poverty Action Fund (PAF), che è
a sua volta ripartito in cinque settori chiave per la riduzione
della povertà e lo sviluppo economico: istruzione,
sanità, risorse idriche e tutela ambientale, sviluppo
agricolo e rurale, sviluppo delle strade rurali. I programmi
finanziati dal PAF hanno assorbito quote crescenti del bilancio
statale (dal 17% nel 1998 al 34% nel 2001), determinando una
straordinaria crescita della spesa sociale. Per esempio, le
risorse destinate al settore sanitario sono aumentate del
640% tra il 1997 e il 1999, permettendo il finanziamento di
ambiziosi programmi per la riduzione della mortalità
dovuta alle malattie facilmente curabili o prevenibili, come
la malaria, e per la prevenzione, la cura e l’assistenza
dei malati di HIV-AIDS .
La capacità del PAF di garantire un uso trasparente
ed efficace degli aiuti internazionali ha attratto l’attenzione
della comunità dei donatori sia sull’impegno
dell’Uganda per la riduzione della povertà, sia,
più in generale, sull’impiego degli approcci
di settore come promettente meccanismo di attuazione dei PRSP.
Tuttavia, sulla base del programma di decentramento amministrativo
lanciato nel 1997, due terzi delle risorse del PAF dovranno
essere gestite a livello locale. Con il nuovo assetto istituzionale,
il raggiungimento degli obiettivi previsti dagli accordi stipulati
con i donatori internazionali dipenderebbe fondamentalmente
dalle amministrazioni locali, che tuttavia sembrano sprovviste
delle competenze e della credibilità necessarie. Per
rallentare la transizione, il governo ha fissato degli stretti
criteri per l’uso decentrato dei fondi. Si profila pertanto
un conflitto tra l’assetto istituzionale del paese,
frutto della costituzione promulgata nel 1995, e l’efficacia
delle strategie per la riduzione della povertà.
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Il processo
di decentramento
La legge sugli enti locali del 1997 (Local Government Act)
stabilisce un dettagliato programma di decentramento amministrativo,
specificando la ripartizione dei compiti tra il governo centrale
e gli enti locali . L’esecutivo decide le politiche
nazionali e fissa gli obiettivi di sviluppo intermedi che
devono essere perseguiti dalle singole regioni. Le amministrazioni
decentrate divengono responsabili dell’attuazione a
livello locale delle politiche nazionali e della fornitura
di un ampio ventaglio di servizi pubblici. Il governo centrale
ha il compito di svolgere una continua opera di supervisione,
assistenza e controllo sulle attività degli enti locali.
Nelle
intenzioni del premier Yoweri Museveni, il processo di
decentramento dovrebbe favorire il raggiungimento di alcuni
obiettivi fondamentali per lo sviluppo del paese :
Il miglioramento della fornitura dei servizi pubblici,
mediante l’attribuzione agli enti locali della responsabilità
di attuare le misure previste dall’esecutivo.
Il miglioramento dell’efficienza del sistema amministrativo,
con particolare attenzione per la promozione della trasparenza
delle istituzioni e della responsabilità dei funzionari
pubblici.
Lo sviluppo delle competenze tecniche e amministrative
a livello locale.
L’affermazione dei meccanismi di rappresentanza
democratica, attraverso l’inclusione dei rappresentanti
della società civile nei processi decisionali a livello
locale.
La riduzione della povertà, attraverso la collaborazione
tra il governo centrale, gli enti locali, il settore privato,
i donatori internazionali e le organizzazioni volontarie che
rappresentano gli interessi delle comunità rurali.
Tuttavia, al trasferimento dei fondi del PAF finora non ha
fatto seguito un adeguato processo di trasformazione istituzionale.
Nella maggior parte dei casi, i ministeri conservano la gestione
diretta delle misure stabilite dall’esecutivo, e oppongono
resistenza contro il trasferimento delle funzioni. Le amministrazioni
locali d’altro canto sono prive delle competenze necessarie
per l’attuazione delle strategie contro la povertà,
e sono molto frequenti i casi
di corruzione e di gestione inappropriata dei fondi. Secondo
i rapporti del Revisore generale dei conti, la corruzione
dei dipartimenti governativi centrali e locali ha assorbito
circa il 50% delle risorse provenienti dal fondo per la riduzione
della povertà nel periodo 2000-01. I ricercatori delle
IFI paventano la possibilità che si determini un colossale
spreco di fondi, e i donatori internazionali cominciano a
riconsiderare l’opportunità di finanziare gli
approcci di settore.
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Il conflitto
tra i programmi di aggiustamento e le strategie per la riduzione
della povertà
Per quanto riguarda le riforme strutturali, la stabilità
macroeconomica e la capacità di attrarre i fondi dei
donatori internazionali, l’Uganda può effettivamente
essere considerato un allievo modello. L’attuazione
degli approcci di settore, seppur minata dal successivo programma
di decentramento, è un esempio molto promettente di
gestione degli aiuti internazionali, e fornisce delle indicazioni
utili per la ridefinizione dell’architettura dei PRSP,
sia nella teoria (da parte delle IFI), sia nella pratica (ad
opera dei singoli paesi interessati). Si tratta di traguardi
che, a tutti gli effetti, rivestono un’importanza fondamentale
per le strategie di riduzione della povertà.
Tuttavia la riduzione della povertà richiede anche
una programmazione più lungimirante e attenta ai bisogni
della popolazione, che permetta di dare il giusto valore agli
aspetti qualitativi dello sviluppo e non sia focalizzata esclusivamente
sul ruolo della crescita economica. Il processo di liberalizzazione
deve essere accompagnato dalla creazione di adeguate infrastrutture
istituzionali, e deve comunque tenere conto della necessità
di preservare la qualità della vita degli strati più
svantaggiati della popolazione. Una strategia di riduzione
della povertà degna di questo nome non può comportare,
come effetto collaterale di breve periodo, il ridimensionamento
degli schemi di protezione sociale e delle opportunità
di occupazione che garantiscono la sopravvivenza dei più
poveri.
I programmi di aggiustamento strutturale hanno imposto la
privatizzazione di una vasta gamma di servizi pubblici e la
partecipazione al finanziamento dei costi da parte della popolazione,
vanificando buona parte dei risultati ottenuti dagli approcci
di settore dedicati alla sanità e all’istruzione.
Per esempio, l’introduzione dei ticket costituisce il
principale ostacolo all’accesso ai servizi sanitari.
Secondo uno studio del Ministero della pianificazione finanziaria
e dello sviluppo economico, il 56% della popolazione rurale
non ha accesso ai servizi . Nelle regioni settentrionali del
paese, dove gli scontri armati dovuti alla guerra civile sono
più frequenti, la percentuale sale al 72% e coinvolge
soprattutto donne e bambini. L’inasprimento dei costi
ha causato un aumento dei casi di infermità permanente
e delle morti dovute a malattie facilmente prevenibili o curabili,
che erano diminuite nei primi tempi di attuazione degli SWAps.
Nel settore dell’istruzione, l’introduzione delle
tasse scolastiche ha determinato un vertiginoso aumento dei
tassi di abbandono dell’educazione primaria. La liberalizzazione
del commercio dei prodotti agricoli, che impiega circa l’80%
della forza lavoro ugandese, ha provocato una profonda crisi
delle piccole e medie aziende nazionali, determinando forti
aumenti del tasso di disoccupazione. Dal momento che proprio
nelle aree rurali risiede la grande maggioranza degli indigenti
che costituiscono i veri destinatari dei PRSP, è urgente
la necessità di dare maggiore peso agli approcci di
settore volti alla riqualificazione delle attività
agricole. Contemporaneamente sembra opportuno rafforzare gli
schemi di protezione sociale in grado di alleviare le conseguenze
della disoccupazione e migliorare le condizioni di lavoro
degli occupati. I programmi di aggiustamento strutturale invece
hanno imposto un forte ridimensionamento della spesa previdenziale,
che nel periodo tra il 1995 e il 1998 è diminuita del
48% .
Anche se l’Uganda costituisce, grazie ai suoi successi,
un caso di studio molto particolare, le contraddizioni tra
le strategie di riduzione della povertà e i programmi
di aggiustamento strutturale che caratterizzano il paese sono
ampiamente rappresentative del panorama internazionale della
cooperazione allo sviluppo. Finché la concessione degli
aiuti internazionali rimarrà così profondamente
legata all’applicazione dei programmi di aggiustamento
strutturale, che mirano fondamentalmente alla liberalizzazione
indiscriminata di tutti i mercati, l’impatto delle strategie
per la riduzione della povertà sulle condizioni di
vita dei poveri è destinato a rimanere modesto e limitato.
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